I tre gradi dell'investitura, voti e sanzioni, regole della fratellanza, cerca dell'avventura, morte sul campo

Il cavaliero per lo più era nobile e figlio di cavaliere, sebbene nelle città dove il popolo prevaleva fossero talvolta ornati della milizia anche plebei. Donzello.

A sette anni, tolto alle donne, cominciava l'educazione maschia e robusta fra giuochi militari nel castello paterno; indi uscito d'infante, veniva paggio o damigello  presso  qualche barone, rinomato per  fasto, per antichità di stirpe, o generosità     d’imprese.

Ivi rendea servigi al signore e alla dama, corteggiando, ossequiando, in viaggi, in visite, in passeggi; servendo i confetti, i dolci, il vin chiaretto e il cotto e l'ipocrasso ed altre bevande con cui si chiudeva la mensa o prevenivasi il sonno.

Intanto col cavallo e col falcone cacciava le fiere e gli uccelli; in fazioni militari e finti attacchi avvezzava l'animo alla guerra; e alla guerra ed all'onore lo incitava l'esempio de' baroni e cavalieri che v'accorrevano: e già v'imparava ad amar Dio e una dama, e da gentili labbra era iniziato al catechismo d'amore e a regole di costumatezza e di virtù.

 

Spesso ancora vi annodava quelle prime amicizie, che poi confermavansi con tremendi giuri, e col mescere il sangue; che rammentate da reciproci pegni, da un anello, da una catena, obbligavano ai maggiori sagrifizii per guanto la vita durasse.

Scudiere.

A quattordici anni, padre e madre col cero alla mano conducevano il damigello all'altare, donde il sacerdote celebrante prendeva una spada e un cingolo benedetti, li cingeva al giovane, che restava fatto scudiere; compadri e comari promettevano fede e lealtà in nome di lui, e gli stringevano gli sproni d'argento.

Allora egli si addicava a qualche paladino, servendolo di corpo, cioè colla persona, o di camera trinciandogli innanzi e mescendogli, o di scuderia e bottiglieria; vigilava sui cavalli, tenea forbie le armi, portandole al signor suo quando avesse a vertirle, e tenendogli la staffa quando montasse in sella; custodiva i prigionieri; viaggiando, menava a mano il destriere del signore, mentre questi cavalcava sovra il palafreno.

Poteva usare la corazza, la gorgiera, gli spallacci, le manopole, le falde, il guardareni, i cosciali, le ginocchielle, i gambieri, lo scudo come il cavaliere, e le stesse armi offensive, ma non l'elmo ne la resta per la lancia, nè le uose e gli sproni dorati, calzando in quella vece stivaletti di marocchino bianco con sproni argentati.

 

Ne' torneamenti chiedeva di ferire un colpo per dare i primi saggi di sua valentia; poi nella guerra seguiva il suo cavaliere, portandone il lancione e l'elmo elevato sul pomo della sella. Veniva il prode a battaglia? lo parava; lo rialzava caduto, gli offriva un cavallo fresco, lo ritraeva ferito  ammaestrandosi nell'osservarne la bravura e l'arte dei colpi.

Talora prendendo parte alla mischia, poteva meritarsi il cingolo militare, che altrimenti otteneva anche nella pace per occasione di feste, di corti bandite, di nozze. Cavaliere.

L'iniziato preparavasi a ricevere l'ordine della cavalleria con digiuni, preghiere, penitenze, poi assumendo l'eucaristia, e vestendo l'abito bianco in segno dell'acquistata purità.

Spesso ancora lavavasi accuratamente in un bagno, indi mutava la candida veste dell'innocenza in quella scarlatto che esprimeva il desiderio di versare il sangue per la religione, ed erangli recisi i capelli in segno di servitù.

 

Singolarmente faceva la vigilia dell'armi, durando tutta la notte precedente in orazioni, solo o con sacerdoti e coi padrini.

Giunto l'istante solenne, accompagnato da cavalieri e scudieri entrava all'altare colla spada a ciarpa al collo, e offertala al sacerdote che benedicevala e gliela rimetteva, andava a porsi ginocchione avanti a quello che lo doveva addobbare cavaliere.

Il quale gli domandava: «Per qual fine vuoi entrare nell'ordine? per farti ricco? riposare? essere onorato senza far onore alla cavalleria? Va, ne se' indegno».

Il neofito rispondeva volerlo per onorare Dio e la religione e la cavalleria, e ne dava il giuramento su la spada del signore.

Questi allora assentiva alla domanda, e il neofito veniva addobbato da più cavalieri, dame e damigelle, che gli mettevano la cotta di maglia, la corazza, i bracciali, i guanti, la spada, singolarmente gli sproni d'oro, distintivo di sua dignità.

L'investitura.

Il signore, levandosi di sedere, davagli tre colpi di piatto colla spada nuda sovra la spalla o sul collo, o la gotata, ultima ingiuria ch'egli dovesse soffrire invendicato; e gli diceva: «In nome di Dio, di san Giorgio, di san Michele, ti fo cavaliere; sii prode, coraggioso, leale».

Portavangli allora l'elmo, lo scudo, la lancia, il cavallo, sul quale balzando senza staffe, caracollava brandendo le armi, e uscito di chiesa, faceva altrettanto innanzi al popolo applaudente e sulla porta del castello.

Chi ornava cavaliere un altro doveva esser tale egli stesso; e l'iniziato eragli legato con una parentela spirituale, sicché mai per verun caso dovea portare le armi contro di esso.

Questi usi variavano naturalmente secondo i popoli e le circostanze; ma sempre la funzione era accompagnata da solennità; se non quando, sul campo stesso di battaglia, un generale cingeva la spada a qualche prode, senz'altra cerimonia che la palmata e il giuramento.

 

Titoli. Sire, messere, monsignore erano i titoli dicevoli a cavalieri, e madama alle loro donne, mentre le altre nobili chiamavansi madamigelle; sedevano a tavola col re, onore negato ai figli ed ai fratelli del principe sintantoché non fossero armati; ad essi soli erano permesse certe armi, ad essi serbate certe magistrature, e le ambascerie, e il dar consiglio ai re, e l'aver sigillo proprio, presiedere alla milizia, e cingere altri cavalieri.

Fra loro poi distinguevansi i baccellieri ed i banderesi, ai quali ultimi era concesso portare la banderola in cima alla lancia e sui comignoli della casa, levare e mantenere a loro spese cinquanta uomini, aspirare a divenire baroni, marchesi, duchi; ed alzavano in guerra il grido d'arme, cioè la voce che il capo e i soldati ripeteano, come quello di Montjoie saint Denis pei reali di Francia. 

San Giorgio era il tutelare de' cavalieri; lui cantavano andando in battaglia; come lui doveano affrontare il drago, liberare l'innocenza, calpestare la vinta tirannia, umiliare l'orgoglio, vendicare la virtù oltraggiata.

Doveri. Lor obbligo primo era difendere la religione e le chiese, i beni e i ministri di essa, combattere per la fede, e morir mille volte anziché tradirla. Seguiva la fedeltà al principe o al Comune ed al signore da cui avevano ricevuto il cingolo, obbligandosi a guerreggiare valorosamente per essi. Dovevano inoltre sostenere la ragione del debole, esponendosi dovunque occorresse, purché ciò non fosse contro il proprio onore, o contro il principe naturale: mai non offendere maliziosamente chi che fosse, ne usurpare l'altrui, anzi affaticarsi contro chi il facesse; non operare per avarizia o venali ricompense, ma per la gloria e le virtù; obbedire ai capitani; custodire l'onore e il grado de' compagni, nè per orgoglio o per forza soverchiarli; difenderne l'onore quando lontani, ed aiutarli in qualunque vicenda.

«Servi Iddio e ti aiuterà; sii cortese ad ogni gentiluomo, deponendo l'orgoglio; non adulare; non ridire il secreto; mostrati leale in fatti ed in detti; mantieni la parola; soccorri ai poveri ed agli orfani, e Dio ti compenserà».

Così diceva la madre a Baiardo, cavaliere senza paura e senza rimprocci. La fratellanza.

In più guise contraevasi la fraternità dell'armi.

Nel Lancilotto di Lago, tre cavalleri, cavatesi sangue, lo mescolano; altri comunicavansi insieme; ad alcuni bastava il cambiar l'armi fra sé.

Allora assumevano vesti e divise conformi, per correre comuni pericoli; sovente associavano le braccia a imprese cui un solo non bastasse; e quel nodo stringeva si tenace da prevalere persino a quel che legava alla dama. Un cavaliere non soccorse la damigella che nel richiedea; e andò scolpato perché dovea correre in aiuto del suo fratello d'arme.

 

La generosità a cui si obbligavano volea che mai non combattessero accompagnati contro un solo, o molti contro numero minore, o con armi superiori; nelle battaglie di giuoco non toccassero di punta l'avversario, ne mai ferissero il suo cavallo.

E correano tra loro certi proverbi, come leggi inviolabili d'onore: «Chi ben e male non sa soffrire, a grande onore non può venire», «Chi desidera cavai d'oro, già n'ha in mano la briglia», «Buon cavaliere dee ferir alto e parlar basso; ferire pel primo nelle mischie, parlare per ultimo nelle adunanze».  Voti speciali.

Oltre ai doveri generali, obbligavansi talvolta i cavalieri ad alcuni voti particolari, come visitar santuarii famosi; sospendere a templi o monasteri l'arme proprie o dei vinti nemici, digiunare, o siffatte penitenze; o guerreschi assunti di piantar primi lo stendardo sulle mura nemiche, o sulla torre più alta della città assediata; ferire del primo colpo i nemici; avventurarsi a passi temerarii; o bizzarri impegni di più non portare elmo o scudo finché noi si fosse tolto ad un nemico; di guardare solo coll'occhio destro, né mangiare che colla mascella sinistra fin compita una tale impresa; non dormire più in coltre, non assaggiare carne o vino, portare una catena al collo o ai polsi.

Il polacco signore di Loisenlech stringeva con due cerchi d'oro il cubito e il collo del piede, e una catena simile dall'uno all'altro, finché trovasse cavaliere o scudiere di nome e d'armi senza macchia che nel liberasse. Giovanni di Borbone con sedici altri fe' voto di portare per due anni tutte le domeniche alla gamba sinistra un ceppo da prigioniere, d'oro i cavalieri, d'argento gli scudieri, finché incontrassero egual numero di prodi che li combattessero.

Solennissimo dei voti era quello prestato sul pavone o sul fagiano, uccelli singolarmente prediletti ai paladini, sicché erano ricamati sui manti, servivano di bersaglio ai colpi; sui deschi comparivano cotti e pur vestiti delle ricche lor penne, e a grand'onoranza ponevansi avanti al cavaliero più reputato acciocché li tranciasse, dopo che ogni cavaliere avea su quelli proferito il suo giuramento.

Fellonia e degradazione. Se un cavaliere veniva meno a' suoi doveri, restava degradato come fellone; e posto sovra un carro o sur un palco, rompevasi l'armadura di lui, gli si staccavano gli sproni; cancellatone lo stemma, lo scudo trascinavasi a coda di cavallo; poi gli araldi divulgavano per villano, traditore, miscredente, mentre i sacerdoti promunziavano sopra di lui le maledizioni del salmo centotto; tre volte l'araldo domandava chi fosse costui, tre se ne rispondeva il nome, e quegli soggiungeva di non conoscere nessun cavaliere di questo nome, bensì un codardo, un misleale. Allora versavangli aqua calda sul capo, lo traevano di sotto per un fune, e posto sovra una barella, il portavano alla chiesa coperto dallo strato funereo, rendendogli le meste esequie.

 

Per colpe minori o per avere perdute le armi restava escluso dal sedere a mensa con altri paladini; e se il facesse, l'araldo gli stracciava il mantile dinanzi.

Così dell'armi privavansi gli incestuosi, i parricidi, e chi attendesse ad opere rusticali (forse vuoi intendersi a servigio altrui), e massime pel tre delitti di eresia, di lesa maestà, di fuga da battaglia ove assistesse il principe.

Renato di Sicilia esclude da' tornei ogni cavaliere o scudiere mendace, usuraio, o sconvenientemente ammogliato.

Cerca dell'avventura.

Entrato nell'ordine, il cavaliere davasi in traccia di avventure, seco portando una ciarpa o un nastro donategli dalla dama de' suoi pensieri, o vestendo il colore che esprimesse lo stato dell'animo suo.

Giovani di famiglie primane coprivano talora lo scudo, perché non si vedesse lo stemma finché le lanciate degli avversari non n'avessero stracciato il velo.

Così correvano città o provincie in traccia di perigli e di fatiche; o per tingere la spada nel sangue degli infedeli, o vedendo altre Corti, massime quella di Spagna, per aiutarla contro i Mori; o cercando lontano alcun cavaliere rinomato, per seco venir a prova di valore; o sfidando tra via chi portasse apparenza d'uom forte; o accorrendo a' tornei, per farvi risuonare il nome della dama, ed essere gridato terrore degli eroi e sospiro delle belle. In cupi valloni e fiere spelonche incontravano qualche volta gentili donne e cavalieri famosi, con cui provavansi di cortesia e di coraggio.

A sera toccavano la campanella d'un romitorio o d'un convento, e il valore riceveva asilo della santità.

Ovvero accostavansi ad un castello, ed ecco il corno annunziava da lungi la loro venuta; il ponte calava: la dama e le damigelle disarmavano il ben venuto, e gli ammannivano il bagno, le aque odorate e i vini generosi. Amava scoprirsi? riceveva il tributo delle lodi meritate, e il trovadore cantava durante la mensa le sue prodezze; gli giovava tenersi celato? copriva la propria divisa, non facendosi conoscere che per qualche titolo arcano; «il cavalier nero, dalla lancia d'oro, dalla penitenza, dal bianco scudo».

Ma talora nel castello abitava un fellone, inospito agli stranieri; un geloso che teneva prigione un fiore di beltà: un tiranno che imponeva fiere condizioni a chi giungeva ne suoi poderi.

Il cavaliere escluso mandava il guanto allo scortese, lieto di perigliarsi per liberare i soffrenti.

Tal altra fiata capitava a rocche dove era posta a gran prova la sua fermezza; con sale addobbate a bruno, giganti minacciosi, notturni rumori, e spettri e trabocchetti, e le forze d'una potenza ignota.

Udiva essere accusato un debole? chiamava a giudizio una bella indifesa? accorreva; colla spada provava bugiardo l'accusatore, salvava i calunniati.

Ne sdegnava talora accompagnare all'arti del brando quella del giocoliere; e Tagliaferro cantava, lanciava in aria la spada e la ripigliava galoppando a spron battuto.

Morte del cavaliere.

Moriva sui campi della gloria? tutti i fratelli d'arme in lutto solenne gli rendevano gli estremi ufficii.

Cadeva lontano dalla patria? un compagno, uno scudiere lo sotterrava appiè d'un tronco antico, al quale sospendeva le armi e lo scudo, che ne conservassero il nome e i vanti.

I cavalieri crociati sepellivansi colle armi e colle gambe in croce, e tali effigiavansi sopra gli avelli.

(dalla Storia universale, di Cesare Cantù, Voi. xi 1846) 

C.F.R. Gli Ordini Cavallereschi nel Mito e nella Storia di ogni tempo e Paese

Franco Cuomo – Universale Storica di Newton

 

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