BARTOLOMEO AMBROSINI UNIVERSITA’ DI BOLOGNA
 

  BARTOLOMEO AMBROSINI UNIVERSITA’ DI BOLOGNA  
     
ULISSE ALDROVANDI                               BARTOLOMEO AMBROSINI

ULISSE ALDROVANDI

 

BARTOLOMEO AMBROSINI

BARTOLOMEO AMBROSINI - GIACINTO AMBROSINI – Prefetti (Bologna 1588-1657), medico e naturalista, fu prefetto dell'Orto botanico dell'Universita di Bologna (Linneo gli dedicò il genere Ambrosinia delle Aracee). Carenti le ricerche biografiche relative a Bartolomeo Ambrosini (Bologna 88-1657) esimio successore di Aldrovandi e prefetto dell'Orto Botanico bolognese dal 1620 al 1657, quindi a partire dall'anno successivo alla morte di Uterverius. Dobbiamo basarci su quanto offre Wikipedia in francese nonché sull'italiano un po' sconclusionato e poi sul latino di Giovanni Nicolò Pasquali Alidosi che nel 1623 pubblicava a Bologna I dottori bolognesi di teologia, filosofia, medicina e d'arti liberali dall'anno 1000 per tutto marzo del 1623. Bartolomeo Ambrosini est un médecin et un botaniste italien, né en 1588 à Bologne et mort en 1657. Il est le frère du botaniste Giacinto Ambrosini (1605-1672). Il fait paraître en 1630 Capsicorum Varietate cum suis iconibus; accessit panacea ex herbis quae a sanctis denominantur. Il s’illustre dans le combat contre la peste qui touche la ville en 1630 et publie sur ce sujet l’année suivante Modo e facile preserva, è cura di peste a beneficio de popolo di Bologna. Il publie également Theorica medicina in tabulas veluti digesta (1632), Pulsibus (1645) et d'autres ouvrages de médecine. Il supervise également l'édition de certains ouvrages de son maître, Ulisse Aldrovandi (1522-1605). Ambrosini enseigne la philosophie et la botanique à l’université de Bologne et dirige aussi son jardin botanique. Son frère le remplace à sa mort. Bartolomeo d'Agostino Ambrosini 'a 21 Maggio 1610 Ha letto Logica, Teorica Medicina al straordinario, & Prattica, e hora legge Medicina di semplici. Nella sapienza vi sono di lui le seguente memorie:

D. O. M. Exc. Bartholomaeo Ambrosino Med. Theorico extraord. Perill. D.D. Petrus Rufus Genovensis prior mens. Ian. posuit Hisce oculos defige notis generosa iuventus Mutaque quam paucis haec tibi scripta lege Ingenio eloquio medica est mirabilis arte. Haec ego tu quod deest laudibus adde vale. Anno Domini M DC XVIII D. O. M. Aeterno virtutis merito Bartholomaei Ambrosini viri absolutissimae in omni doctrinae peritia in hac literaria palestra a miro cum plausu triumphantis quippe mente cuius, & voce abstrusiores natura recessus pateant, & arcana medicinae recludantur. Nicolaus Campionius Gen. prior. C.P.P.C. id. Decemb. M DC XVIII

 

Ulisse Aldrovandi (Bologna 1522 - Ivi 1605).

Medico, naturalista, filosofo, enciclopedico, lettore presso lo Studio di Bologna. Nell'Ateneo bolognese rappresento la tradizione naturalistica classica, rinnovata pero dai nuovi criteri metodologici e dagli interessi sperimentali del Rinascimento. E' considerato un precursore di Linneo. Fu uno dei "cinque naturalisti nati nell'arco di ventidue anni all'inizio del secolo XVI [ai quali] si deve la rinascita della zoologia dopo il medioevo" (E. Mayr, Storia del pensiero biologico, Torino 1999, pp. 116-117). Va detto pero che il suo contributo piu importante sta forse nella botanica. A lui si deve fra l'altro la fondazione nel 1568 dell'Orto botanico di Bologna, secondo in Italia solo a quelli di Padova e Pavia. Fu autore di una storia naturale che solo in parte riusci a pubblicare in vita (Ornithologiae ... libri XII, 1599-1603; De animalibus insectis, 1602). Altri volumi furono pubblicati a suo nome dopo la sua morte utilizzando, a volte con scarso discernimento, il materiale da lui raccolto. Si tratta pero di volumi di qualita inferiore, che hanno nociuto alla fama postuma dell'autore. Di particolare interesse la sua collezione naturalistica che, legata al Senato bolognese, ando a costituire il Museo aldrovandiano. La collezione, inizialmente allogata presso il palazzo comunale, fu trasportata a Parigi da Napoleone, quindi, restituita, fu conservata per alcuni anni in maniera disastrosa (le matrici delle xilografie furono in gran parte utilizzate per alimentare stufe e camini). Giovanni Cappellini, Carlo Emery e Oreste Mattirolo curarono il riordinamento del materiale sopravvissuto, oggi conservato a Palazzo Poggi. Nel 1907 Lodovico Frati, con la collaborazione di Alessandro Ghigi e Albano Sorbelli, curo il catalogo dei manoscritti. Tra le altre opere a stampa, oltre a quelle gia citate, si segnalano: • Le statue antiche di Roma (Venezia 1556) pubblicato in appendice alle Antichita di Roma di Lucio Mauro, opera di considerevole valore, tuttora consultata dagli archeologi; • Antidotarium bononiense (1574), un notevole contributo alla conoscenza delle spezierie.

Prefetti dell'Orto Botanico dell'Università di Bologna

Prefetti dell'Orto dei Semplici

ULISSE ALDROVANDI (1522-1605) prefetto dal 1568 al 1605 JOHANNES CORNELIUS UTERVERIUS (†1619) prefetto dal 1605 al 1619
BARTOLOMEO AMBROSINI (1588-1657) prefetto dal 1620 al 1657
GIACINTO AMBROSINI (1605-1671) prefetto dal 1657 al 1671 GIOVAN BATTISTA CAPPONI (1620-1675) prefetto dal 1671 al 1675
LELIO TRIONFETTI (1647-1722) prefetto dal 1676 al 1722 GIUSEPPE MONTI (1682-1760) dal 1722 al 1760 GAETANO MONTI (1712-1797) dal 1760 al 1797

Dottori Bolognesi

Vol. 1° -  VI.1.3. Gallus morio
esatto: Gallus morion

Originario dell'India e così battezzato da Temminck nel 1813, è il Gallo Nero del Mozambico di Buffon, o Degro. Dovrebbe corrispondere all'attuale razza indiana che va sotto il nome di Kadakanath o Kadaknath o Karaknath o Karnatak e il cui appellativo originale pare essere Kalamasi, che significa pollo dalla carne nera. Ha un manto nero intenso con riflessi bronzei e, oltre alla pelle, sono neri i muscoli - carne calata nell’inchiostro -, il periostio, il midollo osseo ed altre strutture anatomiche. Secondo taluni deriverebbe dalla Moro a seta, in quanto alcuni esemplari hanno piume sfioccate con aspetto sericeo. La Moroseta non riesce però a raggiungere il grado di melanosi del Kalamasi, in quanto non ha i muscoli neri, o perlomeno lo sono poco, e quelli del petto non lo sono mai. Per non ripetere le stesse cose, si veda quanto riferito a proposito del Sumatra. Ma Temminck è categorico circa il Coq nêgre da lui descritto: solo la pelle e il periostio sono neri, mentre il resto delle ossa e la carne hanno il colore come in tutte le altre razze di polli. In letteratura antica una delle prime citazioni della gallina del Mozambico dalla carne nera risale indirettamente ad Aldrovandi, e precisamente a Bartolomeo Ambrosini (1588-1657) che nel 1642 pubblicò Paralipomena accuratissima historiae omnium animalium, cioè l'appendice ai trattati di zoologia di Aldrovandi. Orbene, a pagina 11 possiamo leggere quanto segue: Gallinarum, in regione Mozambicha, caro atra est; immo pennae, carnes, ossa ita nigricant, ut si coquuntur, in atramento elixae esse videantur: nihilominus sapidissimae sunt, et reliquis longe meliores creduntur. La carne delle galline del Mozambico è nera; anzi, le penne, le carni e le ossa sono nere a tal punto che se vengono cotte sembra siano state bollite in un liquido nero: tuttavia sono estremamente saporite e vengono ritenute di gran lunga migliori delle altre. Dato che grazie a Mendel mastichiamo un po' di genetica, non dovremmo permetterci di sorridere per ciò che pensava Buffon sull'origine di questa melanosi, che noi sappiamo essere semplicemente dovuta a un gene, il gene Fm, acronimo di fibromelanosis. Bartolomeo Ambrosini si limita a riferire una sintetica notizia corredata da positivi giudizi gastronomici, mentre Buffon a pagina 122 della sua Histoire naturelle des oiseaux II (1771) pare non apprezzare questa carne, e così fantastica:  15° – Le coq nègre. On en trouve aux Philippines, à Java, à Delhi, à Sanjago, l'une des îles du Cap-vert. Becman prétend que la plupart des oiseaux de cette dernière île ont les os aussi noirs que du jais, et la peau de la couleur de celle des Nègres. Si ce fait est vrai, on ne peut guère attribuer cette teinture noire qu'aux alimens que les oiseaux trouvent dans cette île. On connoît les effets de la garence, des caille-lait, des graterons &c. & l'on fait qu'en Angleterre on rend blanche la chair des veaux en les nourrissant de farineux & autres alimens doux, mêlés avec une certaine terre ou craie que l'on trouve dans la province de Bedford. Il seroit donc curieux d'observer à Sanjago, parmi les différentes substances dont les oiseaux s'y nourrissent, quelle est celle qui teint leur périoste en noir: au reste, cette poule nègre est connue en France & pourroit s'y propager; mais comme la chair, lorsqu'elle est cuite, est noire et dégoûtante, il est probable qu'on ne cherchera pas à multiplier cette race[...].

LA STORIA DE MOSTRI, DAL MITO ALLA LETTERATURA: I mostri di Aldrovandi Mostro umano con testa di Ariete (Aldrovandi)

LA STORIA DE MOSTRI, DAL MITO ALLA LETTERATURA: I mostri di Aldrovandi Mostro umano con testa di Ariete (Aldrovandi)

Il bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), è autore di uno dei testi più noti, in materia di mostri: la Monstrorum Historia, pubblicata postuma nel 1642. La versione che ci è giunta è però stata rimaneggiata da Bartolomeo Ambrosini (1588-1657), che ha aggiunto le proprie considerazioni e integrazioni con altri scritti. L'opera è caratterizzata da un certo rigore rispetto ai testi dell'epoca: non si trovano elementi magici, prevale l'esigenza di classificazione e di raccolta enciclopedica con una certa attenzione per l'osservazione naturale e l'illustrazione scientifica, anche se, quest'ultima non esce dagli schemi poco realistici del tempo. A Bologna Aldrovandi ha a disposizione un vero e proprio museo che raccoglieva all'incirca 11.000 esemplari di animali e vegetali, 7.000 piante secche e 8.000 disegni a colori. Nella sua classificazione dei mostri, Aldrovandi è interessato soprattutto alle cause della loro insorgenza che classifica in quattro tipi: per eccesso o per difetto di materia; per ibridazione tra animali di specie diverse; per l'influsso dell'immaginazione; per cause superiori e divine. Sulla prima causa lo scienziato non fa che riproporre le teorie degli antichi greci, in articolare Ippocrate e Aristotele: l'abbondanza o la scarsità di semenza durante il concepimento generano mostri per eccesso o per difetto. Seguendo Ippocrate, inoltre, spiega che anche le dimensioni della matrice - cioè l'utero - troppo larga o troppo stretta possono generare individui malformati, troppo grandi nel primo caso, o troppo piccoli e schiacciati nel secondo. Questo tipo di malformazioni, perciò, deriva da processi embriologici nei quali, per cause accidentali, la natura è impedita a svolgere il suo percorso. Da questo punto di vista i mostri sono dunque dei fenomeni perfettamente naturali. L'influenza di Aristotele si sente anche a proposito degli incroci tra diversi animali. Qui, tuttavia, Aldrovandi si mostra meno rigoroso del filosofo greco - che aveva limitato la possibilità di questi eventi - e descrive numerosi improbabili ibridi fantastici come il capriasino (incrocio di un caprone con un'asina), l'hippotaurus (cavalla e toro), il cicursus (capro e scrofa), l'equicervus (cervo e cavalla). Addirittura, per spiegare l'esistenza di alcune popolazioni mostruose come i cinocefali o altri popoli fantastici, viene ammessa l'ibridazione tra l'uomo e gli animali: capra e uomo, cane e donna e così via. Tra le cause naturali che portano alla formazione dei mostri si ritrova in Aldrovandi (come in Lemmio e Paré) la concezione del coito con la donna mestruata. Il tabù delle donne mestruate aveva origini antichissime e si ritrova in molte culture, tra cui quella ebraica e cristiana. Nelle sacre scritture la donna in quel periodo viene considerata come un essere immondo che deve essere isolata e necessita di riti di purificazione (Levitico). Un'altra causa dell'insorgenza dei mostri è individuata nel ruolo che avrebbe l'immaginazione della madre durante l'atto sessuale o durante la gravidanza. Anche in questo caso, vale la pena di ricordare che nella Bibbia (Genesi 30, 31-43) Giacobbe parla di alcune le pecore che avevano partorito agnelli striati perché negli abbeveratoi erano stati piantati dei rami a strisce. L'idea che le fantasie della madre potessero imprimere al feto forme mostruose è una credenza molto antica che si ritrova in tutte le epoche sino al tardo '700 e che sopravvive sino ai giorni nostri nelle credenze popolari dell'origine delle "voglie" dei neonati.Le credenze degli antichi si risentono in modo evidente anche a proposito della quarta categoria di mostri, quelli dovuti a eventi miracolosi, astrologici e divini. Queste cause consentono ad Aldrovandi di spiegare i fatti più incredibili, come le uova d'oca che contenevano un'effigie umana con vipere al posto dei capelli, o con colli e teste d'oca. Questi eventi venivano per lo più interpretati come ammonimenti divini contro una vita empia. Tra le narrazioni fantastiche si ritrova quella dell'uccello manucodiata, che si riteneva privo di piedi e, perciò, perennemente in volo; la descrizione dell'unicorno e dei poteri anitivenefici della sua escrescenza; il ritrovamento nella campagna di Bologna di un dragone a due zampe (probabilmente un rettile gravemente malformato) i cui resti essiccati furono conservati nel museo. Nelle illustrazioni di Aldrovandi - nello spirito dell'epoca - non c'è nessun realismo: le fonti dei disegni si basavano in gran parte sui fortunati libri degli antichi, perpetuandone l'iconografia fantasiosa. In ogni caso, anche quando gli illustratori avevano a disposizione dagli esemplari del museo da riprodurre, si trattava di reperti per lo più essiccati e la filosofia che guidava le loro illustrazioni era quella di accentuare le somiglianze che intravedevano e non di riprodurre fedelmente l'esemplare. In questo modo, seguendo criteri artistici più che scientifici, prendevano forma i fantastici mostri quadrupedi con la testa di uccello, i draghi alati e via dicendo. Le raffigurazioni dei feti mostruosi, per esempio, sono indicative: i disegni raffiguravano il mostro come sarebbe stato se fosse diventato adulto, includendo così tutto il retroterra teorico, mitico e prodigioso dell'epoca. Copyright (C) 2000 Linguaggio Globale - Zopper di Antonio Zoppetti - est un médecin et un botaniste italien, né en 1588 à Bologne et mort en 1657. Il est le frère du botaniste Giacinto Ambrosini (1605-1672). Il fait paraître en 1630 Capsicoum Varietate cum suis iconibus ; accessit panacea ex herbis quæ a sanctis demominantus. Il s’illustre dans le combat contre la peste qui touche la ville en 1630 et publie sur ce sujet l’année suivante Modo e facile preserva, è cura di peste a beneficio de popolo di Bologna. Il publie également Theorica medicina in tabulas veluti digesta (1632), Pulsibus (1645) et d'autres ouvrages de médecine. Il supervise également l'édition de certains ouvrages de son maître, Ulisse Aldrovandi (1522-1605). Ambrosini enseigne la philosophie et la botanique à l’université de Bologne et dirige aussi son jardin botanique. Son frère le remplace à sa mort. Da Wikipédia L’Orto botanico bolognese, nato appoggiandosi alla Scuola medica, raggiungeva progressivamente una propria fisionomia serbando il carattere«accademi¬co» , cioè di stretta ed esclusiva dipendenza dall’Uni¬versità, ma allentando il vincolo di dipendenza dalla Scuola medica. I due uffici di professore di Botanica e direttore dell’Orto venivano riuniti in un’unica carica accanto alla quale veniva istituita la figura di volta in volta definita soprintendente, ispettore, conservato¬re o altro, col compito specifico di occuparsi esclusiva¬mente dell’Orto. In seguito lo Studio bolognese conobbe ancora perso¬naggi di grande levatura, come i fratelli Bartolomeo (1588 1657) e Giacinto (1605 1671) Ambrosini, che ressero l’Orto, in successione, dal 1620 al 1665. Sotto la loro gestione l’Orto si sviluppò notevolmente: un catalogo delle piante coltivate nel 1653 elenca circa 1500 specie diverse, una collezione certamente fra le maggiori in Europa a quel tempo, che sarebbe invidiata anche da molti orti botanici attuali. Molti anni dopo Linneo avrebbe onorato la memoria degli Ambrosini denominando una specie Ambrosinia bassii, dove il nome del genere ricorda appunto i due antichi prefetti dell’Orto, ed il nome della specie è de¬dicato a Ferdinando Bassi, ostensore dell’Orto speciale delle piante esotiche verso la metà del Settecento. Nel Settecento l’Orto fu retto da Giuseppe (1682-1760) e poi da Gaetano (1712 1797) Monti; complessi¬vamente i due rivestirono la carica di prefetto dell’Or¬to dal 1722 al 1729. È del tempo di Giuseppe Monti l’ennesimo trasferi¬mento dell’Orto botanico dall’angusto cortile in cui era nato alla sede più spaziosa presso Porta S. Stefano; questo spostamento avvenne nel 1740, e fu seguito quasi immediatamente, nel 1745, dalla costruzione di un hybernaculum, in cui le piante esotiche venivano messe a dimora durante i mesi più freddi: la costitu¬zione di una speciale sezione esotica rappresentava una testimonianza documentata dei nuovi compiti che erano stati attribuiti agli orti e della nuova fisionomia che essi venivano assumendo nel XVIII secolo. Anche a Giuseppe Monti Linneo ha voluto rendere omaggio, legando al suo nome il genere Montia.

 

 

IL TRASFERIMENTO DELL'ORTO BOTANICO IN BORGHETTO S.GIULIANO

 

Ben presto la spazio a disposizione nel Palazzo Pubblico, suddiviso in quattro aiuole rettangolari diversamente disegnate e ornate da muretti ed inferriate, risultò troppo esiguo per ospitare tutte le piante che vi si andavano raccogliendo e nel 1587 fu necessario trasferire l'Orto presso Porta S.Stefano, nell'attuale via San Giuliano, dove erano stati acquistati un caseggiato e due tornature di terra (circa 5000 mq, superficie successivamente ampliata). Il trasferimento fu voluto e guidato dallo stesso Aldrovandi che, in realtà, sin dall'epoca del primo impianto aveva auspicato per il giardino una sede più spaziosa. In una sua "Informazione sul giardin pubblico" si legge: "per manco di spesa, fu conchiuso che in palazzo si facesse, ancorchè mi saria piacciuto più in altro loco...". La nuova sistemazione soddisfece maggiormente il grande naturalista, prefetto dell'Orto, che si propose "col tempo di far vedere in questo giardino un terzo più delle piante, che non erano nel iardino di Palazzo, con l'aggiunta di 300 rare piante acquatiche". Ciò fu possibile in seguito alla costruzione di un impianto irriguo che apportava acqua alle sei aiuole, che si andavano riempiendo i rarità vegetali, e alle vasche di cui erano dotate. Le piante presenti salirono da 800 a circa 3000. Nonostante questo successo nel 1600 si decise di riportare l'Orto nel Palazzo Pubblico, in particolare la collezione dei "Semplici" necessari alle esercitazioni, per evitare agli studenti un lungo tragitto tra l'Archiginnasio, allora sede dell'Università, e Porta S.Stefano. Ad Aldrovandi che resse l'orto per 38 anni, succedette il suo allievo olandese Cornelius Wertwer (Uterverio), e in seguito i fratelli Bartolomeo e Giacinto Ambrosini, che diressero l’Orto rispettivamente dal 1620 al 657 e dal 1657 al 1671 e ne incrementarono notevolmente le collezioni. L'Orto di via San Giuliano continuò a funzionare come succursale sino alla metà del XVIII secolo, quando tornò nuovamente a essere la sede più importante. Durante quest'ultimo periodo "nella estremità dell'Orto furono fabbricate due ottime stufe, cioè un frigidario et un tepidario, sotto la direzione di Ferdinando Bassi, il quale fu eletto prefetto di detto Orto"; le due serre erano destinate alla protezione delle piante tropicali. Nel 1765 il giardino venne dotato di una nuova elegante palazzina di rappresentanza, detta appunto Palazzo delle Stufe o delle Serre, progettata dall'architetto Francesco Tadolini secondo il gusto neoclassico allora in voga (l'edificio si può ammirare tuttora in via San Giuliano). L'Orto in quel periodo annoverava un'importante sezione dedicata alle specie esotiche, una superficie coltivata a piante agrarie, diversi alberi rari, oltre 400 piante in vaso e piante medicinali di notevole valore. I prefetti che si succedettero prima della fine del secolo, Giuseppe e Gaetano Monti, erano in contatto con i più famosi botanici europei, e godettero di grande fama. Linneo dedicò a Giuseppe Monti il genere Montia e a Ferdinando Bassi e agli Ambrosini una specie, l’ Ambrosinia bassii; al Bassi il botanico Allioni dedicò il genere Bassia. Con Luigi Rodati, prefetto dal 1799 al 1803, venne adottato il sistema linneano di classificazione e la nomenclatura binomia.

 

Icona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalisticiIcona curiosa naturalistici

 


 

Ambrosinia bassii L.

 

Ambrosinia bassii L. - Ambrosinia di Bassi Araceae Perenne erbacea; 4-8 cm; dicembre-marzo. Habitat: Macchie, radure e garighe. Forma: G. rhiz. - Piantina perenne con rizomi tuberosi sotterranei; foglie con lamina ellittica con 5-9 nervi reticolati, macchiata di violaceo e increspata sul margine. Fusto brevissimo con spata a forma di barchetta rostrata e poggiata al suolo, all’interno di questa, uno spadice con fiori a sessi separati. Il frutto è una bacca verdastra ripiena di semini. ll nome è dedicato a B. Ambrosini (1588-1657) botanico a Bologna; il nome specifico a F. Bassi, anche lui botanico a Bologna, vissuto nel 1700. Distribuzione: Steno-Mediterranea-Occidentale. (WWF)

 

 

PARALIPOMENA ACCURATISSIMA HISTORIAE OMNIUM ANIMALIUM QUAE IN VOLUMINIBUS ALDROVANDI DESIDERANTUR [Scheda a cura di Mirco Travaglini]

 

Titolo: Autore/i : Ambrosini, Bartolomeo (1588-1657);

Aldrovandi, Ulisse (1522-1605?)

Percorsi : Percorsi iconografici aldrovandiani Biblioteca : Bibl. Dip. Biologia evoluz. speriment. Lingua : Latino Epoca : 17.sec.

Disciplina : zoologia, antropologia, teratologia Tema: esseri e fenomeni fantastici Tipo : libro a stampa

Editore : Berna, Marco Antonio

Descrizione: Paralipomena accuratissima historiae omnium animalium quae in voluminibus Aldrovandi desiderantur/ Bartholomaeus Ambrosinus ... summo labore collegit ; Marcus Antonius Berna bibliopola bononiensis propriis sumptibus in lucem edidit. ... Bononiae : typis Nicolai Tebaldini, 1643.

Fu pubblicato nel 1643 in appendice al Monstrorum historia, utilizzando materiale eterogeneo non utilizzato dall'Aldrovandi nei volumi da lui pubblicati.

 

 

ULYSSIS ALDROVANDI PATRICII BONONIENSIS MONSTRORUM HISTORIA, CUM PARALIPOMENIS HISTORIAE OMNIUM ANIMALIUM

 

Ambrosini, Bartolomeo (1588-1657); Aldrovandi, Ulisse (1522-1605?); Ulyssis Aldrovandi patricii bononiensis monstrorum historia, cum Paralipomenis historiae omnium animalium / Bartholomaeus Ambrosinus ... volumen composuit ; Marcus Antonius Berna in lucem edidit propriis sumptibus ; cum indice copiosissimo. - Bononiae : typis Nicolai Tebaldini, 1642. - 748, [28], 159, [6] p. : ill., xilogr. ; 35 cm. Il volume fu pubblicato postumo nel 1642 a nome dell'Aldrovandi utilizzando materiale da lui raccolto. L'opera pertanto e piu ascrivibile al compilatore (Bartolomeo Ambrosini) che all'Aldrovandi. E' comunque interessante per il tentativo di vaglio critico a cui si tenta di sottoporre testimonianze antiche e moderne relative ad esseri mostruosi ed eventi prodigiosi. In parte costituisce anche un'opera di teratologia.

 

Si ringraziano le fonti dei materiali: Università di Bologna-Orto Botanico; WWF; "Linguaggio Globale"  - Zopper Antonio Zoppetti; Wikipedia

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